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giovedì 1 gennaio 2015

APPALTO MICOROSA: A RISCHIO I “PRESIDI AMBIENTALI” PREVISTI.

COMUNICATO STAMPA
APPALTO MICOROSA: A RISCHIO I “PRESIDI AMBIENTALI” PREVISTI.

Le notizie di stampa e dei Media in merito alla gara di appalto per la bonifica della discarica di Micorosa  inducono ad ulteriori preoccupanti considerazioni, oltre a quelle, condivise, già espresse dal Presidente dell’ANCE di Brindisi.
Dai media si rileva che l’appalto presenta un’offerta con un massimo ribasso del 74,31% ed altre 5 che hanno proposto percentuali di ribasso superiori alla “soglia di anomalia”, calcolata, secondo la procedura normativa  dell’art. 86 del D.Lgs 163/06, superiore al 50% della somma posta a ribasso dalla gara.
Un primo aspetto da valutare è connesso al fatto che nel calcolo della “soglia di anomalia” va escluso il 10% delle offerte relative ai ribassi minimi e massimi, per cui l’offerta del 74,31% non ha contribuito, essendo quella al massimo ribasso, alla definizione della “soglia di anomalia”. Con ciò si intende riportare che molte delle aziende hanno presentato ribassi superiori al 50% e quindi sostanzialmente “anomali”.
Ed allora è opportuno chiedersi se il progetto definitivo sviluppato da Sogesid (società in house del Ministero dell’Ambiente) e verificato ed approvato dal Consiglio superiore del Lavori Pubblici è sovrastimato nella definizione dei “prezzi unitari” oppure è sostanzialmente errato.
Gli aspetti che interessano Legambiente sono esclusivamente connessi ai “pericoli” che potenzialmente si rilevano nella realizzazione del progetto e quindi, in particolare, nella corretta esecuzione dei “presidi ambientali” previsti nella progettazione e che vengono minati dagli eccessivi ribassi evidenziati.
Ci si chiede, infatti, come sia possibile realizzare tutte le opere di captazione idraulica della falda contaminata, di isolamento della discarica abusiva con la realizzazione dei diaframmi, di copertura dei circa 45 ettari di terreno, ecc. e che costituiscono i reali presidi ambientali e gli obiettivi che il finanziamento CIPE individuava, con ribassi assurdi del 74,31% ed altrettanto anomali con percentuali superiori al 50% ?
E’ evidente che la somma messa a disposizione del CIPE non deve essere persa, non fosse altro per la volontà del Comune, in verità iniziata nel 2000, di contenere e risanare i danni prodotti dallo scellerato e incontrollato smaltimento abusivo dei fanghi rivenienti dal petrolchimico.
Ma se tale azione non deve portare ai benefici che il Comune ed il CIPE si erano posti, paradossalmente sarebbe preferibile sospendere il tutto, verificare adeguatamente il progetto, aumentando i “presidi ambientali” previsti proprio in virtù della presunta eccessiva valutazione dei prezzi unitari, così come risulta dai ribassi effettuati.
Legambiente, non ha avuto l’opportunità di esprimere le proprie considerazioni tecniche sul progetto proposto dalla Sogesid, ma ritiene che lo stesso progetto possa essere ulteriormente migliorato a garanzia totale della “migrazione” dei contaminanti presenti nella falda, del completo confinamento con diaframma della discarica, di un più adeguato monitoraggio, ecc.
A tal riguardo Legambiente rimetterà nota tecnica, contenente integrazioni progettuali per migliorare le azioni di bonifica previste, a CIPE, Ministero dell’Ambiente, Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Autorità di Vigilanza LL.PP. ed Anticorruzione e Prefetto perché verifichino le eventuali anomalie tecniche progettuali e quelle relative alle offerte rivenienti dalla gara di appalto, a garanzia che gli obiettivi del finanziamento ottenuto siano totalmente raggiunti e raggiungibili. 
Per ultimo appare opportuno auspicare che, anche a fronte delle perplessità espresse dal Presidente dell’Ance di Brindisi e quindi dei costruttori interessati alla realizzazione dell’opera di bonifica di Micorosa, le perplessità avanzate da Legambiente siano anche recepite ed, in qualche modo, valutate e consolidate dallo stesso Comune di Brindisi.

Direttivo Legambiente Brindisi Circolo “T. Di Giulio”

lunedì 29 settembre 2014

sulla situazione rifiuti a Brindisi

COMUNICATO STAMPA
Tre questioni stanno infiammando la discussione in merito alla gestione del ciclo dei rifiuti a Brindisi: l’affidamento del servizio e la qualità della raccolta di rifiuti, l’impianto di compostaggio e le perduranti decisioni della Regione Puglia di utilizzo della discarica di Autigno per sopperire alla chiusura della discarica di Conversano (BA).
La discussione è condizionata dall’attribuzione ad altri di disservizi veri o presunti o da una vera e propria “caccia all’untore” di manzoniana memoria.
Prima di esaminare lo stato dell’arte è opportuno rendere di pubblico dominio, attraverso la tabella allegata, i dati ufficiali che hanno consentito alla città di Brindisi di evitare della gravosa ecotassa: la Regione, tenendo conto dei gravi ritardi, in primo luogo dei Comuni capoluogo di provincia, ha disposto un percorso “virtuoso” per raggiungere, entro la metà del 2015, l’obiettivo minimo del 45% di raccolta differenziata, attraverso aumenti semestrali del 5% a partire da un 30% all’inizio del 2014.
Brindisi, nel primo semestre dell’anno in corso ha superato l’obiettivo fissato, raggiungendo il 36% , evitando quindi l’ecotassa.
Dobbiamo prendere atto, con soddisfazione, di questo dato che, però, non elimina palesi disfunzioni di cui anche ognuno di noi dovrebbe farsi carico nel momento in cui reclamiamo un miglioramento del servizio: il diffuso abbandono di rifiuti, infatti, è addebitabile a chi lo fa e non all’Amministrazione  Comunale o alla ditta che gestisce il servizio.
Nel corso degli anni sembra che l’Amministrazione Comunale abbia avuto la straordinaria capacità di produrre e subire controversie, contrasti, disservizi nella gestione di un servizio così essenziale per la città. Ricordiamo soltanto (chi vuole può rileggere “l’affaire SLIA” o il dossier rifiuti che Legambiente produsse 20-25 anni fa)  il rapporto con la SLIA, la condanna del Comune a pagare 8 miliardi di vecchie lire in una controversia giudiziaria o una di appalto che richiedeva la disponibilità di una discarica nel territorio (sostanzialmente quella della SMD del gruppo SLIA). Ricordiamo anche, però, il susseguirsi i ricorsi e decisioni della Magistratura (certamente non responsabile di atti e controversie a lei sottoposti) che hanno prodotto, fra assegnazioni e revoche o proroghe delle attività, una evidente precarietà nella gestione del servizio di raccolta, stoccaggio e successivo conferimento dei rifiuti.
Le notizie sulle indagini a Trapani della Procura e della Direzione Investigativa Antimafia e delle Procura di Brindisi sulla società Aimeri non aiutano a rasserenare l’ambiente ed a sostenere la procedura di trasferimento del contratto che, in ogni caso, non può provocare interruzione di un pubblico servizio, improvvisi vuoti nella fornitura di mezzi o nuovi contenziosi giudiziari.
La discussione sull’impianto di compostaggio sembra prescindere dall’esistenza di un impianto giudicato inidoneo, ma per il cui aggiornamento tecnologico sono stati spesi ingentissimi fondi pubblici (2,5 milioni di euro per lavori dei quali l’Amministrazione Comunale e l’OGA hanno certificato la corretta esecuzione?). al di là del giudizio sull’opportunità di un nuovo impianto nel Petrolchimico (in area privata da bonificare) appare discutibile l’abbandono dell’impianto esistente (da rendere rispondente alle osservazioni tecniche ed eventualmente da potenziare fino alla capacità di 20.000 T), il che porterebbe Legambiente a chiedere alla Magistratura ordinaria e contabile di verificare responsabilità pregresse amministrative, penali e contabili.
La percentuale di umido raccolto raggiunge il 30% e, dopo trattamento, può avere caratteristiche di compost di qualità.

Per quel che riguarda l’utilizzo permanente della discarica di Autigno per sopperire alla chiusura di quella di Conversano (BA), è doveroso precisare che nei mesi scorsi non è stato trasportato rifiuto tal quale, ma biostabilizzato, prodotto normalmente utilizzato in discarica a copertura del rifiuto tal quale e di ben diverso impatto ambientale. È assurdo, però, tenendo anche conto della capacità della discarica di Autigno, pensare che Brindisi possa essere individuata sempre come luogo su cui scaricare la risoluzione delle problematiche altrui (vedansi le proposte indecenti sul trasferimento dell’approdo del Gasdotto TAP), nel mentre continua a mancare la tanto annunciata uscita dal carbone, che anzi qualcuno vorrebbe rappresentare di scarso impatto ambientale e sanitario. Certamente da rimettere alla Procura della Repubblica sarebbe qualsiasi atto amministrativo che autorizzi la riapertura della discarica di “Formica ambiente” o il trasporto di rifiuti speciali o di RSU tal quale.

lunedì 21 luglio 2014

MICOROSA-ZONA FANGHI: LA SITUAZIONE E’ GRAVE MA NON E’ SERIA (E.Flaiano).

Le notizie che la stampa riporta su “Micorosa” o meglio sulla “zona fanghi”, così come veniva chiamata dalle aziende del petrolchimico che hanno costituito la discarica abusiva, complicano ulteriormente lo stato di attuazione della bonifica.
Va dato atto alla politica che è riuscita ad ottenere i finanziamenti utili alla realizzazione del “capping”, con la sola eccezione relativa alla denuncia di inerzia avanzata nei confronti di altre precedenti amministrazioni che, a tal proposito, non avrebbero effettuato alcunché.
Ma sappiamo che uno degli slogan della politica è quello di “apparire”, a prescindere dal “servizio” dovuto nei confronti degli elettori che hanno ritenuto di affidare la responsabilità di rappresentarli; riteniamo che non sia possibile bearsi dei risultati ottenuti, nel qual caso il finanziamento delle opere di bonifica, e non evidenziare tutto il lavoro precedentemente svolto.
La “storia” della “zona fanghi-Micorosa” parte da lontano e proprio da una richiesta fatta dal Comune di Brindisi nel lontano 1995, stimolata da un intervento di Legambiente e che ha prodotto, da parte della Procura di Brindisi, l’apertura di un’inchiesta, anche a seguito di documentazione acquisita dalla Digos nel dicembre 1995.
Il Sindaco di allora, infatti, conscio di aver intrapreso l’iter regionale relativo alla creazione del “Parco Saline di Punta della Contessa” e che l’area della “zona fanghi-Micorosa” era parte integrante del Parco e se non bonificata non poteva, congiuntamente ad altri problemi ambientali dell’area, raggiungere gli obiettivi previsti per lo stesso Parco, fra cui la realizzazione di un brand sui prodotti agricoli, nel novembre del 2000 stimolò l’intervento di ARPA che, nel dicembre dello stesso anno, rappresentò la “tragica situazione ambientale” dell’area. Questa nota fu rimessa alla Procura che ha avviato un “procedimento penale” informando il Comune con nota n. 1695/01 R.G. del 29/05/2001.
Vi è stato, quindi, un diretto intervento della Procura, già a far data del 2001, del cui esito poi non si hanno ulteriori riscontri.
Resta però il fatto che, a seguito di quanto riportato da ARPA, il Sindaco emise “Ordinanza” n. 56/48526 del 27/06/2001 con la quale diffidava le società Micorosa Srl (allora non ancora in liquidazione) e la Enichem Spa, ad attivare tutte le procedure previste dal DM 471/99 in merito alla messa in sicurezza e successiva bonifica della discarica abusiva.
A prescindere da tutte le controversie amministrative avanzate nei confronti della richiamata Ordinanza, ancora oggi per certi versi pendente presso il Consiglio di Stato, dobbiamo rilevare che non vi è stata affatto inerzia da parte del Comune che, successivamente, nel 2002 ha elaborato un “Action Plan” su 11 siti pubblici, fra cui Micorosa, da caratterizzare ed eventualmente bonificare.
Ancora dopo, nel 2007, anche grazie a 3 milioni di euro rivenienti da fondi FAS, il progetto di caratterizzazione della “zona fanghi”, elaborato dalla struttura comunale, è stato approvato e realizzato, evidenziando un grave “stato di contaminazione diffusa”. 
Questa non vuole essere una “difesa” dell’attività amministrativa del Comune, non è il nostro ruolo, ma, oggettivamente, far intendere che non sia stato mai fatto nulla e che bastano due mascherine ed un po’ di “media” in cerca di notizie, non corrisponde alla realtà dei fatti.
In merito poi alla vicenda del progetto di bonifica elaborato da “Sogesid”, società in house del Ministero, l’arrabbiatura del Sindaco con volontà di emulare il calciatore Suarez, è oltremodo condivisibile in funzione delle incongruenze e dei pedestri errori di progettazione effettuati.
Come è possibile, infatti, realizzare una progettazione esecutiva senza essere in possesso dei titoli di proprietà dei terreni sui quali realizzare la bonifica?
Come è possibile richiedere la procedura di “assoggettabilità” alla VIA regionale (procedura bloccata dal gennaio 2014), ancor prima di aver ottenuto l’autorizzazione del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici?
Fa bene il Sindaco ad arrabbiarsi, anche e soprattutto perché sa che lo scoglio maggiore risiede proprio sulla proprietà dei terreni e, quindi, sui soggetti ai quali attivare le procedure di esproprio; fatto salvo che non vi sia un’ammissione di responsabilità da parte della Syndial  che, a nostro avviso, oggi ne detiene la proprietà e che solo il Consiglio di Stato, ove ancora pende il ricorso del Comune, è in grado di dirimere.
Questa ultima valutazione è frutto dell’analisi attenta che è stata fatta sulla proprietà del sito, a partire dal 1962 al 1968 quando la Montecatini iniziò a scaricare i fanghi di idrossido di calcio provenienti dall’impianto di acetilene (P 16) di proprietà della Polymer, continuando dal 1969 al 1975 allorquando dagli impianti della Montedison venivano scaricate nella “zona fanghi” le “code clorurate” provenienti dalla produzione di CVM e DCE (impianto P33) e, per finire agli anni 1972-1980 quando venivano scaricate le acque di lavaggio acide provenienti dall’impianto di produzione dell’anidride ftalica (P 26).
Un incredibile gioco societario di “scatole cinesi” fra acquisizioni, accorpamenti societari, vendite di rami d’azienda fra le società del Gruppo Montecatini, poi Edison e quelle del Gruppo Eni e/o di entrambi i gruppi, fino ad arrivare alla fittizia vendita della “zona fanghi” alla Micorosa Srl; fittizia in quanto, nel contratto di vendita fra Enichem-Anic e Micorosa che ne ha acquisito il possesso della discarica a partire dal 15/01/1990, vi era (paragrafo IX) la specifica clausola che il contratto è sottoposto “a condizione risolutiva” se Micorosa non avesse ottemperato agli impegni di risanare l’area della “zona fanghi” attraverso il “recupero” industriale di questi.
Nel richiamato paragrafo IX del contratto è riportato che, ove Micorosa non avesse ottem-perato alle attività di recupero, testualmente: “ In tal caso l’acquirente (Micorosa) è tenuto, a semplice richiesta del venditore (Enichem-Anic Srl) alla retrocessione dei beni del presente accordo”.
Dubitiamo fortemente che Enichem-Anic srl (oggi Syndial) abbia mai richiesto a Micorosa la retrocessione del bene, proprio in virtù della necessità di liberarsi di un discarica abusiva che, anche grazie all’emanazione della Legge 349/86 relativa alla introduzione delle “norme in materia di danno ambientale”, costituiva un enorme problema in virtù del fatto che il Ministero dell’ambiente, nel 1989, riteneva la “zona fanghi” quale “causa di gravi alterazioni negli equilibri ambientali”, riportati poi nella “Dichiarazione di area ad elevato rischio di crisi ambientale” con Delibera del Consiglio dei Ministri del 30/11/1990.
Resta il fatto che Micorosa è fallita ed è trascorso quasi ¼ di secolo dal richiamato “contratto”  ed i fanghi sono ancora nello stesso posto da oltre 52 anni e continuano, imperterriti, nell’azione devastatrice delle varie matrici ambientali e, condividendo i recenti ricorsi così come riportato nel dossier presentato da Legambiente al Procuratore della Repubblica di Brindisi nel 2013, anche nella gravità dei riscontri relativi alla salute pubblica.
Legambiente, come ha sempre fatto, vigilerà sulla procedura di bonifica in atto e, là dove necessario, sarà pronta a sollecitare ulteriormente i provvedimenti giudiziari a carico dei responsabili sia del grave danno ambientale prodotto che di coloro che, con comportamenti attivi e/o omissivi lo hanno consentito e lo consentono tutt’oggi in merito attraverso procedure che possono indurre anche alla perdita dei finanziamenti connessi alla bonifica.
Brindisi 21/07/2014                                                                   
                                                                                                     Prof. Francesco Magno 

                                                                                                Direttivo Legambiente Brindisi

mercoledì 19 marzo 2014

CONSIGLIO MONOTEMATICO: UNA TRAGICA FARSA!
Quando, sei mesi fa, fu chiesta la convocazione di un consiglio monotematico sul polo energetico dicemmo che, ricordando la lunga serie di simili appuntamenti infruttuosi, il rischio era quello di fare passerella e di produrre un ordine del giorno formalmente inefficace.
La realtà, come spesso accade in politica, va oltre le peggiori previsioni: sei lunghi mesi non sono serviti a trovare una posizione unitaria e, perfino posizioni ufficializzate, quali quelle relative alla chiusura della centrale termoelettrica Brindisi Nord contenute nel documento programmatico del centrosinistra ed in dichiarazioni ripetute di esponenti di primo piano del PD, sono state rinnegate dal voto su un documento, francamente sconcertante, che ha lo scopo di tenere in piedi la maggioranza.
Come si fa a sostenere che la materia va “approfondita” mentre è in corso la procedura VIA sul progetto di co-combustione di carbone e CSS presentato da Edipower–A2A, procedimento che, nell’assenza inquietante dell’Amministrazione Comunale, potrebbe presto chiudersi con il riconoscimento del giudizio di compatibilità ambientale positivo?
È assordante il quasi silenzio generale di consiglieri sul mancato invio delle osservazioni del Comune di Brindisi nell’ambito della VIA in corso o sulla scappatoia della richiesta di convocazione di una conferenza di servizi regionale (ricordate il grandissimo clamore delle audizioni sul gasdotto TAP?): ricordiamo che soltanto Legambiente e l’Amministrazione Provinciale (forse perché guidata da un Commissario Prefettizio non condizionato dai giochi politici locali?) hanno inviato osservazioni e che si potrebbe giungere rapidamente ad una conferenza decisoria a Roma.
È paradossale che siano discussi e bocciati ordini del giorno su bonifiche, strumenti di monitoraggio ed epidemiologici in campo ambientale e sanitario e ricorso a programmi di finanziamento europei e che nessuno abbia rilevato il mancato rispetto del principale strumento di pianificazione e di  accesso prioritario (disposto nelle norme comunitarie) che è il Patto dei Sindaci per l’energia sostenibile in Europa, nel quale erano prescritti il Registro delle emissioni ed il Piano d’azione per l’energia sostenibile.
Abbiamo assistito ad una nuova tragica farsa che offende la dignità dell’intera comunità e, in primo luogo, quella dei lavoratori ai quali si continua a far credere che i loro diritti siano in contrasto con quelli alla salute ed all’ambiente. Ad essi ricordiamo le vicende di EVC e di Dow Chemical che, come potrebbe accadere ora, hanno potuto “tranquillamente” fuggire da Brindisi non rispondendo del danno ambientale, non bonificando l’area occupata dagli impianti e mettendo in mezzo alla strada i lavoratori. Anche pensando ai risvolti occupazionali noi continueremo a portare avanti la proposta di Distretto tecnologico dell’energia rinnovabile nell’area occupata dalla centrale Brindisi Nord, di un ulteriore impianto termodinamico nel petrolchimico e di alternative “smart” rispetto all’attuale produzione chimica, quali punti nodali, accanto alla bonifica dell’area S.I.N., della costruzione di quell’Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata (APEA) più volte dettagliatamente descritta e recepita anche nel Piano paesaggistico regionale. Continueremo anche ad indicare nuove opportunità offerte da disposizioni di legge e programmi comunitari e (purtroppo ne siamo convinti) a denunciare il mancato ricorso istituzionale a tali risorse.
Lo faremo perché la tanta gente che ci ha seguito nella lunga lotta contro il terminal di rigassificazione ci trasmette ancora l’ottimismo della volontà che si contrappone a quel crescente pessimismo che il quadro politico-istituzionale locale stimola sempre più.



venerdì 20 dicembre 2013

COMUNICATO STAMPA
Il Consiglio Comunale convocato per discutere sul polo energetico è stato ulteriormente rinviato alla fine di gennaio e ciò aumenta le perplessità di chi sa bene quanto inefficaci siano appuntamenti che si concludono, nella migliore delle ipotesi, con l’approvazione di ordini del giorno.
La storia del polo energetico è costellata di riunioni di Consiglio comunale in cui si sono approvati ordini del giorno, che, per loro stessa natura, avevano il difetto di non produrre atti concreti.
Oggi, il Consiglio Comunale serve a condizione che sia preceduto da atti formali non rinviabili, quali la presentazione delle osservazioni nell’ambito della procedura VIA in corso (endoprocedimento nell’AIA) contro il progetto Edipower–A2A di realizzare un gruppo da 300 Mw alimentato da carbone (90%) e CSS (10%), contestualmente impegnandosi perché siano concordati smantellamento dei gruppi (subito del 1° e del 2°), bonifica del sito e suo futuro (Legambiente ha, da tempo, proposto un distretto tecnologico dell’energia rinnovabile). Il Consiglio va anche preceduto dall’approvazione del registro delle emissioni e dal piano per l’energia sostenibile, passaggi senza i quali si esce dal Patto per le città sostenibili in Europa sottoscritto dal Commissario Prefettizio nel 2012 e si perdono fondi europei a cui si avrebbe diritto di accesso prioritario.
Il Consiglio Comunale è importante se preceduto da questi atti e se si desse mandato al Sindaco e si intervenisse pubblicamente e formalmente per esprimere netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di trasferimento del gasdotto TAP nel territorio di Brindisi ed a qualsiasi pretesto strumentalmente legato ad una insostenibile alimentazione a metano della centrale Brindisi sud (centrali di cogenerazione, tecnicamente molto più avanzate e molto meno inquinanti di quella di Cerano sono in profonda crisi), centrale che oggi è in esercizio con una potenza quasi dimezzata (a causa del calo vistoso della domanda e della copertura primaria di essa con fonti rinnovabili): la proposta del Presidente della Regione Puglia di ridurre del 20% il combustibile e le emissioni rispetto a quanto disposto nell’AIA è, nei fatti, insufficiente, ma perché si vada oltre (a tutti ricordiamo che l’Enel è in possesso dell’AIA che lo blinda) è necessario creare quella concertazione che è risultata essere tanto efficace nel caso del terminal di rigassificazione.

venerdì 5 aprile 2013

Proposta Legambiente: Il distretto dell'energia rinnovabile nell'area Brindisi Nord

La centrale termoelettrica Brindisi Nord è l'emblema della storia sbagliata dell'industrializzazione a Brindisi. La centrale termoelettrica Brindisi nord è stata "salvata" dalla sua fisiologica chiusura con Decreti ed atti amministrativi a volte estremamente inquietanti. 
Brindisi Nord, è innanzitutto sorta là dove non avrebbe dovuto essere installata, nell'attuale porto medio e sotto il cono di atterraggio dell'aeroporto, il che ha comportato la presenza di camini alti meno di 60 metri. I gruppi dell'impianto erano, già negli anni sessanta del secolo scorso (nel 1968 è entrato in esercizio il primo) di vecchia generazione francese e furono potenziati da 250 MW di progetto a 320 MW ciascuno. Negli anni '80 numerosi furono i provvedimenti amministrativi concernenti gli effetti delle emissioni, ma ordinanze sindacali, prescrissero lo sgombero di precedenti insediamenti abitativi o la fine di precedenti attività agricole. 
Dal 1990, con i così detti Decreti Battaglia (Ministro dell'industria del tempo), cominciò una sequela di prescrizioni per l'"ambientalizzazione" dell'impianto (nel frattempo passato dall'esercizio ad olio combustibile a quello a carbone, ovviamente senza mai realizzare gli indispensabili desolforatori). La convenzione del 1996 (diventata, in seguito parte essenziale del D.P.R. 28/4/1998 concernente il piano di risanamento dell'area ad elevato rischio di crisi ambientale) prevedeva il mantenimento in esercizio di due gruppi (640 MW della complessiva potenza nominale di 1.280 MW) da alimentare dal 2000 al 2004 (anno di definitiva chiusura) con metano in misura crescente rispetto agli iniziali 1,2 miliardi di metri cubi anni, in seguito da trasferire nella centrale termoelettrica Brindisi sud. 
La centrale Brindisi Nord è stata da Enel trasferita alla controllata Eurogen e ceduta poi ad Edipower. Nel 2002, "solerti" amministatori locali si affrettarono ad approvare una nuova Convenzione, che sostanzialmente ha finito con l'essere favorevole all'impresa e altrettanto "solerti" Parlamentari approvarono un Decreto di proroga dell'esercizio dell'impianto (unitamente a quello altrettanto insostenibile di S. Filippo al Mela, in Sicilia). 
Il resto è storia di questi ultimi anni e di questi ultimi mesi e si ricollega all'autorizzazione, dopo l'approvazione di una V.I.A. da parte del Ministero dell'Ambiente del progetto di Repowering (due gruppi a ciclo combinato da realizzare, in chissà, quale fantasioso modo, visti gli spazi e l'inesistenza delle connesse infrastrutture). Il Ministero ha in seguito approvato l'A.I.A. che, con un gioco di prestigio, aggiunge all'impianto a ciclo combinato, precedentemente autorizzato, i due gruppi a carbone muniti di desolforatori. 
Sarebbe bastato un semplice sopralluogo sul sito di Costa Morena ed un esame cartografico per capire quanto le opere autorizzate (in presenza anche del carbonile e del tuttora presente stoccaggio di olio combustibile) siano inconciliabili fra loro, con l'approvvigionamento impossibile di metano (nel frattempo destinato alla nuova centrale a ciclo combinato di Enipower), e soprattutto inconciliabile per limiti strutturali incorreggibili, con il territorio ed i suoi equilibri ambientali. 
Edipower, peraltro, non ha mai avuto realmente intenzione di "ambientalizzare" l'impianto o anche di dar corso alle autorizzazioni ricevute, tanto è vero che il suo attuale socio di riferimento A2A, senza presentare un piano industriale ed in assenza di una certificazione Emas, parla genericamente della permanenza di un solo gruppo, da alimentare con un mix di carbone e (10%) CSS (combustibile solido secondario), che altro non è che il CDR. 
È chiara l'intenzione di A2A di guadagnare tempo, di mantenere nel frattempo in esercizio l'impianto nella situazione attuale e di provare forse, a cercare un offerente disposto a rivelare centrali e progetti approvati nell'AIA. 
Le politiche europee su efficienza e fonti rinnovabili (compresa la Roadmap per il 2050), il mercato dell'energia e i costi di produzione e di trasmissione e di distribuzione di energia elettrica non consentono più ritardi, giochi gattopardeschi o manovre aziendalistiche a scapito dei lavoratori, dell'ambiente e del futuro stesso del territorio. 
Legambiente, che più volte ha denunciato la storia sbagliata di BR Nord ed il sonno della ragione (e, a volte, delle coscienze) che l'ha caratterizzata, ha sempre prospettato soluzioni ed intende farlo anche ora, chiedendo in primo luogo, al Sindaco di affrontare con fermezza la questione per giungere rapidamente a definire un programma alternativo, rispetto allo stallo in cui ci si trova attualmente. 
Sin dalla promulgazione delle leggi 426/98 e 471/99 e delle disposizioni in materia di bonifica di siti inquinati, Legambiente ha questo che si investisse seriamente nella caratterizzazione, nella messa in sicurezza e nella bonifica del sito di interesse nazionale (SIN) di Brindisi. Ciò rappresentava, quando Legambiente l'ha proposto, una straordinaria occasione per la riqualificazione del territorio e per imprese e lavoratori locali. 
Da allora, Legambiente, dice apertamente che il futuro di Brindisi nord passa innanzitutto attraverso la bonifica, previo smantellamento e messa in sicurezza, dell'area occupata dall'impianto, a cominciare – e su questo non può esservi alcuna discussione – da quella parte occupata dai gruppi dismessi. Le decisioni e gli accordi in merito sono da definire con urgenza, per evitare il ripetersi di casi scandalosi, quali quelli legati alla “tranquilla” fuga da Brindisi di EVC e Dow Chemical che nulla hanno fatto (o sono state chiamate a fare) a garanzia dei lavoratori e della bonifica dei siti abbandonati. Nei lavori di smantellamento, messa in sicurezza e bonifica andrebbero, ovviamente impiegati gli stessi lavoratori della centrale BR nord, valorizzando la loro conoscenza degli impianti, la loro competenza e la loro disponibilità ad aggiornare la qualificazione professionale. I lavori di bonifica andranno (sul tema non è possibile usare il condizionale) finanziati e realizzati con il diretto impegno di A2A, alla quale società è superfluo ricordare gli obblighi di Legge e quelli rivenienti dall'accordo di programma firmato anche da Edipower, in materia di bonifiche nel S.I.N. 
L'area occupata dalla centrale e dai servizi connessi (circa 60 ettari), una volta bonificata, non può che risultare strategica per la Città. 
Legambiente ritiene fattibile la creazione di un Distretto tecnologico dell'energia rinnovabile così strutturato: 
• Settore ricerca, con il coinvolgimento dell'Università del Salento, dell'Università di Bari (valorizzando studi, progettazioni, sperimentazioni su efficienza energetica, fonti rinnovabili e nanocomponenti), centri ed istituti di ricerca da tempo attivi ed apprezzati nella Regione (e non soltanto), società private operanti in campo energetico; 
• Settore produzione e commercializzazione, che crei una filiera produttiva che tragga fondamento dalle attività di ricerca e porti alla produzione e commercializzazione di macchine e componenti di impianti rinnovabili ed a fornire assistenza tecnica a soggetti pubblici e privati; 
• Impianto termodinamico, il cui esempio più conosciuto è rappresentato in Italia dall'impianto Archimede, fermamente voluto dal Premio Nobel Prof. Rubbia quando era presidente dell'ENEA; l'impianto è formato da collettori termici (che si muovono seguendo il sole, secondo il principio del fototropismo) ispirati al celebre esperimento con gli specchi di Archimede; il calore assorbito viene concentrato su tubi contenenti una miscela di sali di sodio e di potassio che riesce a garantire l'accumulo e la stabilità termica a 550°C, anche nelle ore notturne, in serbatoi; la tecnica termodinamica ha il pregio di migliorare sensibilmente l'efficienza nel processo di captazione, concentrazione, accumulo dell'energia solare e del rendimento nella trasformazione in apposite turbine dell'energia termica in energia elettrica nell'arco dell'intera giornata, indipendentemente dall'irraggiamento diretto dei collettori. 

Il problema relativo legato all'occupazione di suolo dell'impianto termodinamico sollecita il ricorso agli studi ed alle sperimentazioni su ricorso a nanocomponenti, quali nanotubi e nanoantenne in cui eccelle il Massachusset's Institute of Technology (MIT) di Boston, ma che hanno trovato significativo ed autonomo rilievo in Italia e, in particolare, presso l'Università del Salento. Nanotubi di carbonio si sono dimostrati ad altissima conducibilità, ma sono in fase di sperimentazione nanotubi di origine sintetica, ancorati su fosfolipidi combinati con proteine di origine batterica, materiali tutti rigenerabili in solventi secondo i principi della fotosintesi clorofilliana. Ogni nanotubo è lungo 10 nanometri e largo 4 ed ha il pregio di ridurre enormemente il consumo di suolo e di aumentare sensibilmente l'efficienza fino a 100 volte. 
Legambiente ha, in passato, sostenuto la proposta di realizzare un impianto fotovoltaico nell'area che era occupata dal ciclo di produzione del PVC. La condizione pregiudiziale era la bonifica del sito che le istituzioni avrebbero dovuto imporre ad EVC prima della sua fuga da Brindisi e che la nuova società avrebbe dovuto accollarsi. 
Oggi quella proposta, possibilmente rivalutata in impianto termodinamico, resta ipotizzabile alle stesse condizioni e potrebbe essere il fulcro della fornitura di energia elettrica per l'area industriale, purchè accompagnata dal Piano di efficientamento energetico del comparto industriale già richiamato. 
L'impianto termodinamico nell'area da dismettere della centrale Brindisi Nord potrebbe avere, in parte, utenze industriali, ma soprattutto quelle portuali (si pensi soltanto agli impianti di illuminazione ed ai servizi per le attività a terra e per l'alimentazione delle navi, che non dovrebbe più essere assicurata durante la sosta dai generatori elettrici) e nei quartieri limitrofi.